Il poeta sdraiato

Il poeta sdraiato
Sapete che possiamo avere un momento di relax proprio come sa fare questo poeta chagalliano?

IL CORPO DELLE DONNE


giovedì 1 aprile 2010

FIABA parte 1° - scritti marziani

In un castello lontano lontano, dove d'inverno gela e l'estate è fresca, ci stava la principessa Libuse, che aveva la fama di avere una tale bellezza da far sognare molti uomini che la volevano con sé e che avrebbero desiderato governare insieme a lei quell'angolo di terra dalla natura incontaminata. Ma tutti questi valorosi cavalieri rimanevano sempre a bocca asciutta, qualcuno perché veniva semplicemente rifiutato dalla principessa Libuse e qualcun altro perché fuggiva per il suo insopportabile temperamento. E così faceva anche tutta la servitù , perché tutti i lavori che facevano non andavano mai bene e finiva per diventare anche manesca.
Mano a mano che tutti se ne andavano, la giovane principessa non sapeva più come organizzare l'accoglienza dei virtuosi, o forse no, cavalieri, i quali dovevano ed esigevano di essere accolti come tradizione consuetudinaria dettava, dalle camere pronte che stavano giù nella casa del cortile di mistamento delle carrozze, ai pasti. Libuse, da un po' di tempo, aveva predisposto che i giorni di pernottamento dei cavalieri dovessero essere in totale quindici una volta al mese e che durante questi giorni lei li avrebbe dovuti conoscere uno per uno, li avrebbe passati al setaccio passandoci del tempo insieme. Il risultato era che loro si sarebbero sfidati a chi più garbava alla principessa e a chi era più forte e valoroso, prova da dimostrare tra gli ultimi due finalisti che si sarebbero sfidati a cavallo. Il fatto è che ancora nessuno era riuscito ad arrivare al duello finale perché o si stancavano di piacere alla principessa, o venivano invitati ad andarsene.
Una delle prove preferite da Libuse era la cena a lume di candela dove i due avrebbero parlato di varie cose, mangiato e ballato, ma chissà perché qualcosa non andava mai per il verso giusto. La colpa non era certo dei facoltosi pretendenti che facevano sfoggio delle loro più prestigiose doti, dalla cultura letteraria, storica, artistica, teatrale, alla conoscenza delle lingue importanti per governare il regno nel mondo; e c'era chi si dilungava nell'arte del riso, per farla ridere, e chi si era preparato per ballare un ballo sensuale magari portandosi appresso i propri musici quando quelli della principessa non c'erano più. Ma per lei c'era sempre lo strabico, il claudicante, lo zotico, il logorroico, il membro della piccola nobiltà, chi non era afferrato in quello che lei avrebbe ardito fosse. Quando qualcuno poteva averle fatto una buona impressione, aveva scelto una musica che a lei non piaceva. O aveva una piccola macchia nel colletto. Ciò che lei pensava in quei momenti non esitava a non tenerselo per sé e glielo faceva capire e per questo, appena pensavano che cosa sarebbe stata una vita di fianco a una regina del genere, loro scappavano. C'era sempre nel servizio della cena qualcosa che non andava, i calici, le posate, o il cibo o la musica.
- Le ho detto, mio servo, che questo servizio di porcellana è per il venerdì e non per oggi che è giovedì!-
- Principessa, veramente lei aveva detto che il servizio verde era per il venerdì, mentre questo è quello del giovedì-
- Cosa dice, oggi vedo il giovedì verde e quindi voglio il verde nella mia tavola!-
E ancora:
- In questo bicchiere c'è qualcosa che galleggia! Si vergogni, è suo compito accertarsi che non accada questo. Lei è licenziato!-
E quando licenziò i giardinieri:
- Come avete osato far morire le mie rose?-
- Principessa, le rose d'inverno non fioriscono e lei ha disposto di non mettere nessuna serra nel suo giardino, magari se ci fosse...-
- Ma sta scherzando? Le serre nel mio parco? Non sono la baronessa, questo è un giardino reale.-
Non si tratteneva anche se era in compagnia del più nobile dei cavalieri. E fu così che tutti, dai cuochi ai giardinieri, la lasciarono sola preferendo lavorare per altre prestigiose corti e per altri prestigiosi sovrani.
Quando se ne andò tutta la servitù, si propagò la voce che piuttosto di lavorare per la principessa Libuse, era meglio una qualsiasi altra villa di una qualsiasi casata di pianura e che per la sua cattiveria, la principessa non riusciva a trovare un re per i suoi sudditi. Così nessuno andò più a rimpiazzare i maggiordomi, i camerieri, i cuochi, e i giardinai, lasciandola sola a gestire l'andirivieni di cavalieri da accogliere con il dovuto galateo, impresa assai impossibile anche perché, quelle cose lei non le aveva fatte mai. Così, i cavalieri al loro arrivo trovarono i letti sfatti e sudati dagli altri, si trovarono a dover saltare i pasti perché non erano pronti e dovettero rimediare con il pane, burro e i vini della loro provenienze, finché se ne andarono offesi per non aver ricevuto un'accoglienza diplomatica adeguata.
La principessa fu costretta a chiudere le porte e a mandare un comunicato per bloccare tutti gli incontri in attesa di nuovo personale. Le porte si aprivano solo per i collaboratori che amministravano gli affari di Stato solo quando strettamente necessario. Ma questo personale non arrivava più, tanto si era sparsa la voce che la principessa era una manesca.
In realtà era lei ad organizzare quei giochi di visite al castello per rimanere impegnata, riempire il suo tempo e conoscere tante cose delle tante genti per poi potersi innamorare solo di uno, proprio come lo voleva lei, che potesse fare il suo re. Ma nel contempo non voleva tollerare molte cose.
Arrivò un altro inverno che passò nel castello completamente sola, arrabbiandosi perché i mestieri non erano pronti e piangendo a squarcia gola, perché in realtà non voleva che le cose andassero così. Lo status di insoddisfazione aveva tradito tutti i suoi programmi di presunta perfezione e stava continuando a dilaniarle l'anima.
Una sera piovosa di questo freddo inverno, passò di lì qualcuno, una persona o qualcosa d'altro non si sa, che era riuscito ad entrare dalle mura e che iniziò a pernottare in maniera sommessa dentro le casupole che prima venivano usate dalla servitù. La notte seguente, l'occupante fu sorpreso di sentire il suono di una sirena provenire dal castello, che certamente era il lamento libero di una persona che non credeva di essere udita. Così sfoderò qualcosa dalla saccoccia, un violino, che iniziò a strimpellare per coprire e accompagnare il lamento; il suo suono arrivò fino al castello lieve, sottile sottile ad intermittenza, perché quella notte c'era vento e non pioveva. Ma le onde sonore si spostavano a seconda del vento e non del ritmo della principessa, così ella si accorse che il suo pianto era più lungo ed armonioso del solito. Lì per lì on ci fece caso, le sembrava un'impressione poco importante, ma poi il fenomeno si ripeté e così non fece altro che fermarsi ad ascoltare. Il violino smise anche lui di suonare dato che doveva seguire il lamento, così la principessa Libuse ricominciò il suo pianto per poterlo finire quando avrebbe smarrito tutte le forze. Ma in quel momento iniziò a pensare che forse la sua disperazione poteva avere anche un altro suono dato che era certa di averlo sentito, quindi iniziò a piangere con meno dedizione tenendo un orecchio altrove e giurò di risentire quel suono. In quell' istante si mise a pensare che nel castello
c' erano lei e la sua voce come se fossero le sole due uniche presenze, e si mise a cambiare tonalità iniziando ad intonare qualche nota come le sembrava quel eco melodioso.
Il violinista a questo punto si dovette adeguare al cambio di rotta e seguire le nuove disposizioni, e ci aveva anche preso del gusto da prenderlo sul serio, perché suonare il violino era la sua specialità; ma non si accorse quando la principessa smise di lamentarsi canticchiando perché era esausta . A questo punto la principessa, che si fermò perché era esausta, capì che non era la sua voce ma che effettivamente c'era qualcuno che suonava e che probabilmente non era sola nel castello.
Subito incuriosita ed impaurita, cercò di seguire il suono e di andare alla sua origine quando capì che veniva dall'esterno, si fermò sull'uscio e gridò:
- Chi è che suona?-
Il violinista interrotto steccò smettendo al composizione e dato che era stato colto sul fatto, pensò che forse era il caso di presentarsi e di spiegare perché si trovava lì, però sul momento desistette non sapendo come la principessa l'avrebbe presa, ma alla fine una persona così tanto disperata avrebbe accettato una compagnia innocua. Quindi decise di affacciarsi fuori dal portone. Uscì claudicante a stento e si avvicinò al centro del cortile ancora in penombra; la principessa non capì bene chi aveva davanti, ma capì che non era affatto uno dei cavalieri o collaboratori di cui era abituata, ma una specie di viandante o giù di lì.
-Come osa presentarsi al mio cospetto, forestiero? Nessuno più può pernottare nel mio castello, non lo sa? Chi è lei?-
- Mi dispiace, illustre signora, ma mi sono accidentato lungo il viale e non avevo posto dove stare per curarmi con questo freddo, e ho visto questo grande patrimonio che pensavo fosse disabitato, così ho pensato di arrangiarmi qui giusto il tempo di guarire la gamba.-
- Lei sta parlando con la governante di questo regno, mi deve chiamare Sua Maestà, sono la principessa dei Minuti Contati Libuse. Ma pretende che io le creda? E per Dio, mi spaventa pure così nascosto!-
Così si avvicinò pian piano, la principessa vide che teneva in mano il violino e che aveva un grande mantello con cappuccio nero con cui copriva una lunga barba nera e dei grandi occhi scuri che la guardavano puri puri come nessuno aveva mai fatto. Il mantello copriva a stento una fasciatura alla gamba sinistra che esibiva per far vedere il disagio che provava.
-Perché suonava quel violino?-
- E' il mio mestiere. pel mondo a suonar per borghi dove il tempo chiama. Sto andando verso nord che in primavera i villaggi si riuniscono in festa! Ma le sarei grato, sua Maestà la Principessa, di potermi fermare qualche giorno per medicare la gamba altrimenti non potrò più andare a fare il mio mestiere.-
- Se davvero lei suona il violino e lo suona così bene come mi è parso di sentire, le ordino di farmi ascoltare i pezzi che le chiedo quando vorrò io in qualsiasi momento del giorno o della notte. Per quanto mi possa riguardare lei può stare sconfinato lì in fondo a meno che lei stia al mio servizio.-
- La ringrazio Vostra Maestà, non se ne pentirà. -
- Starà a me dirlo, non le pare? E ora se ne vada.-
Dopo quest'ultima sentenza rientrò nel suo castello e no pianse più. La sola idea che lì in qualche modo c'era qualcuno, la allietava e un po' la inquietava perché comunque era uno sconosciuto.

FINE PRIMA PARTE
CHAGATT

martedì 23 marzo 2010

VIAGGI "DOSTOEVSKIJANI"

Leggere Dostoevskij significa leggere e cercare sorprese sotterranee all'istante o dopo del tempo, perché tale è la sua influenza che prima o poi ritrovi delle sue tracce anche nella cultura occidentale; così gli intrecci si sciolgono e il papiro che prima era schiuso si distende completamente nella sua chiarezza.
Dostoevskij impiegò molte delle sue energie e facoltà nel comprendere la contrapposizione tra la bellezza, il bene ed il male rintracciabile nelle sue opere e che, in un certo senso, le ha create.
Il principe Myskin, -scusate gli accenti in tutto il post-, ne L'idiota ad un certo punto discute di un quadro di Hals Holbein, il "Cristo nella tomba" che mostra il corpo disteso incanutito e sofferente di un Cristo occidentale molto umanizzato con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. Davanti a questo quadro Myskin perderebbe la fede, ed è questo il quadro che Dostoevskij vide di persona a Dresda quando ebbe la sua prima crisi epilettica:

"Questo quadro!..." gridò il principe, come colpito da un'idea improvvisa, "questo quadro!..." ripeté. "Ma questo quadro può far perdere la fede!"
"Infatti la si può perdere "confermò inaspettatamente e all'improvviso Rogozin. [...]
"[...] Ma dimmi un po', tu che sei stato all'estero, è vero quel che mi diceva un ubriaco che qui da noi, in Russia, ci sono più miscredenti che non negli altri paesi?
"Per noi" mi diceva, "è più facile che per loro non credere in Dio, perché noi ci siamo spinti più lontano di loro..."

Si potrebbe pensare ad un confronto tra le confessioni in oriente ed occidente, ma quello che ci interessa ora è capire perché perde la fede. Come può essere un'opera d'arte se non c'è la bellezza? Questo quadro raccappricciante mostra il Cristo che soffre come un uomo, carattere estraneo alla cultura russa in cui un'opera d'arte è tale se esprime la bellezza. Nelle icone cristologiche ortodosse, Cristo è spesso rappresentato rosso e sempre circondato da colori molto caldi, non esprime mai il dolore e la sua carne non è mai esibita come i piedi, che nella crocifissione non sono inchiodati ma poggiano in un piccolo piedistallo perché non ci deve essere empatia per il cadavere. L'icona non è fatta da mano umana ma da Cristo stesso nel momento in cui impresse il suo volto sudato sul telo bianco secondo la variante orientale del velo della Veronica. Per cui non viene umanizzato.
Devo confessare che io non avevo capito il senso di quel passo "dostoevskijano" perché non avevo elementi fino a quando non mi fu spiegato in uno di quegli spazi culturali che ogni tanto mi concedo, ma percepivo che vi era qualcosa di importante. Dostoevskij, o dobbiamo dire il suo alter ego il principe Myskin, davanti al quadro capisce che c'è anche il male e non riesce a connotarlo. Un male fatto di cadaveri e di corpi sofferenti, psiche sofferenti, impiccati di cui è piena l'arte occidentale che ripropone e reinterpreta di volta in volta, di anno in anno, di artista in artista.
I cadaveri di Marlene Dumas, palesemente holbeiniani, e le sue bambine impiccate sembrano ispirati a Dostoevskij che più tardi scrisse il suo ultimo romanzo con cui sembra chiarisca fra sé la questione dell'esistenza del male, e cioè che non è da escludere, bensì da contemplare insieme alla vita. I demòni narra di un ragazzo viziato che descrive proprio come fa con i personaggi da lui profondamente odiati, un giovane immorale, non amorale, ma incapace di capire la gravità delle proprie azioni che compie con assoluta leggerezza. Conduce una vita molto agiata, con molte amanti e si permette dei rapporti sessuali con una bambina che ad un certo punto giace nel letto gravemente ammalata:

[...] lei era effettivamente molto dimagrita. Il viso le si era rinsecchito e la testa doveva scottarle per la febbre. Gli occhi erano diventati più grandi e mi fissavano immobili con un'espressione di ottusa curiosità, o almeno così mi parve dapprima. Io me ne restavo seduto in un angolo del divano e la guardavo senza muovermi. E in quel momento di nuovo provai dell'odio per lei. Ma ben presto mi accorsi che lei non aveva affatto paura di me e forse era presa al delirio. Ma non era in preda al delirio. Improvvisamente cominciò a scuotere ripetutamente il capo verso di me, come si fa quando si vuole sgridare severamente qualcuno, e a un tratto levò contro di me il suo piccolo pugno, senza muoversi da dove stava, in un gesto di minaccia. In un primo momento quel suo gesto mi parve ridicolo, ma ben presto non riuscii a sopportarlo: mi alzai e mossi verso di lei. Il suo viso esprimeva una tale disperazione quale non è possibile vederne una uguale su un viso di un bambino. Lei continuava ad agitare contro di me il suo piccolo pugno in segno di minaccia e a scuotere il capo come per rimproverarmi. Mi accostai a lei e presi cautamente a parlare, ma vidi che lei ono mi capiva. Poi ad un tratto si nascose di scatto il viso nelle belle mani, come quel giorno, e se ne andò alla finestra, volgendomi le spalle. La lasciai lì, tornai nella mia stanza e mi sedetti anch'io accanto alla finestra. Non riesco assolutamente a capire perché non me ne andai allora, e invece restai come se fossi in attesa di qualcosa. Ben presto udii di nuovo i suoi passi frettolosi: aveva attraversato la porta che metteva in una galleria di legno per cui si andava giù per la scala; corsi subito alla porta della mia stanza, la socchiusi e feci appena in tempo a scorgere Matresa che entrava in un piccolo ripostiglio, una specie di pollaio, situato accanto al gabinetto. Mi balenò in testa una strana idea. Chiusi la porta e tornai alla finestra. Naturalmente non potevo ancora credere all'idea che mi era balenata, "ma comunque"... [Rammento tutto alla perfezione].
[...]
A un tratto tirai fuori dal taschino l'orologio: erano passati venti minuti da quando lei era uscita. Quella mia supposizione cominciava ad assumerne una certa verosimiglianza. Tuttavia decisi di aspettare ancora un quarto d'ora. Mi venne anche in mente che lei poteva essere rientrata senza che io l'avessi udita; ma questo era impossibile: regnava un silenzio di morte, tanto che potevo udire il ronzio di una mosca.
[...]
A questo punto mi alzai, mi calcai in testa il cappello, mi abbottonai il soprabito e girai un'occhiata alla stanza per controllare se tutto era al posto di prima e se non erano rimaste delle tracce che denunciassero che ero stato lì. Avvicinai la sedia alla finestra, proprio come stava prima. Alla fine aprii la porta, la richiusi con la mia chiave e mi accostai alla porta di quel piccolo ripostiglio: era solo accostata, ma non chiusa, e io sapevo che non veniva mai chiusa; ma non potevo aprirla così mi misi a spiare. [...]
Annotando qui questa minuzia voglio di proposito dimostrare fino a che punto fossi lucido e perfettamente padrone delle mie facoltà mentali. A lungo spiai attraverso la fessura , dentro era buio, ma non del tutto. Alla fine intravidi ciò che mi occorreva... volevo accertarmene senza ombra di dubbio. Alla fine risolsi che potevo andarmene e mi avviai giù per la scala. Non incontrai nessuno. Circa tre ore dopo tutti quanti noi senza giacca, prendevamo il tè e giocavamo con un vecchio mazzo di carte nel mio appartamento.


La piccola, sommersa dalla colpa per quello che lui le aveva fatto, si impiccò.

E' Martin! Il Martin viscontiano in "La caduta degli dei". Si capisce subito.
E questa influenza mi ha raggelata di stupore come non mai.
Le parti che ho riportato in rosso sono quelle che Luchino decise per la scena con la piccola ebrea.

Chagatt

martedì 9 marzo 2010

VOGLIO ANCHE LE ROSE - scritti marziani-

Questo è il periodo di potare i fiori e gli alberi da frutto. Ed è quello che ho fatto questo fine settimana, amo far nascere, crescere, curare le rose e sperimentare possibili incroci.Le mie preferite sono quelle rosso rubino di velluto che emanano un profumo di fresco vivo e quelle gialle che coloriscono il paesaggio.Le rose sono architettoniche, dispongono petali a giro partendo da un centro da cui liberano il profumo tanto desiderato negli armadi intimi e negli ambienti e perciò catturato ed emulato.
Tronchetti con qualche germoglio, tagliati e reimpiantati secchi secchi, vasi reintegrati di terra di campo con l'aspettativa e la speranza che quei bacchettini diventino le rose che avevi immaginato. E' un gioco degli adulti che mi ricorda i giochi da bambina con le torte di terra e di fango, foglie e pratoline. Gli altri fiori non avevo il coraggio di usurparli dal terreno e di pratoline ce ne erano invece a volontà infinita.
L'incognito è ciò che rende il risultato finale e la sorpresa più preziosa, ha il tempo dell'attesa, le attenzioni che natura richiede ed il senso del mistero.
Allora... io voglio anche le rose, ma bisogna coltivarle e curarle così poi si ricordano di te premiandoti ogni volta che nascono. Lo stelo pieno di spine cresce ogni mese che passa, come la strada tracciata piena di bivi, muri e rovi pieni di spini da superare che ogni tanto ti giri a guardare e ti accorgi di quanta strada hai fatto e che, tutto sommato, è stata più leggera di quello che credevi. Ma è tutto da conquistare.
"Vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose" era uno slogan del femminismo ripreso da una citazione memorabile di Rosa Luxemburg in cui il senso collettivistico era espresso dalla 3° persona plurale. Ora si parte dalla singola persona e quando dico che voglio anche le rose significa che posso permettermi di coltivare qualsiasi rosa che voglio a mio piacimento, perché l'unicità necessita dell'oltre e non solo del pane. Sono vivente ed il mio stelo lo deve riflettere con tutte le spine e le lunghezze che saranno necessarie, i graffi e i pungiglioni che saranno necessari, con il sangue e con lo spirito. Ci metto del mio sangue per farle diventare rosso rubino. Amo le rose.

Chagatt

LA PATENTE - scritti marziani-

Avere la patente è un simbolo di libertà di muoversi specialmente se vivi in campagna dove non ci sono servizi pubblici sufficienti per sbrigare le faccende consuete di una giornata.
Una volta le donne del mio paesino facevano molta fatica ad ottenere la patente perché non ce la facevano, rimanevano sempre bocciate. Mi ricordo i racconti della patente di mia nonna, la cosa migliore che lei avesse mai fatto. Era il 1973 quando, all'età di 43 anni, si fece la patente di guida con risultato immediato, la prima donna del paese a passarla al primo tentativo, ed è ancora lì ad ottanta tre anni che guida la sua macchinina rossa fuoco.
La differenza dalle altre era che lei studiava e ci credeva, affinché non sentì dalla suocera raccontare alla vicina:
- A nostra la e sempre drio studiar!-
Così si mise a studiare di nascosto, di notte, perché temeva che qualcuno potesse dire che studiava sempre invece di occuparsi dei mestieri famigliari che una donna doveva svolgere.
Un giorno si sentì dire da un ventenne amico di una delle sue figlie:
-Dove vaea siora?-
Lei ironicamente:
-Vae a farme a patente!-
-A patente? Nà dona? Prima che a dona fae a patente, mi toche a luna co' un stec!-
La luna, la luna... l'uomo era stato da poco sulla luna mentre le donne in Italia si prendevano la patente. Ma mia nonna tornò con la facoltà di guidare.

Chagatt

domenica 21 febbraio 2010

GREEN PORNO

Oggi parliamo di animali, di come essi si riproducono.
La balena è fantastica. E' un mammifero e anche lei quindi ha lo stesso modo nostro di riprodursi, ma c'è una lieve differenza. Quando è in calore i maschi arrivano tutti in un baleno, così lei si gira supina per tenere la vagina fuori dall'acqua in modo che non riescano a prenderla; al contempo si guarda attorno e sceglie il suo fortunato, lo guarda negli occhi e gli dice: "ehi, ti ho scelto" e si rigira per l'accoppiamento. E' la femmina a scegliere.
Ma spostiamoci nella baia per vedere le cozze. La loro modalità di riproduzione è divertente. Maschi e femmine di tutta la baia, chissà per quale motivo naturale, si aprono tutte insieme ed emanano uova e sperma che si scambiano tra loro nell'acqua come in una festa collettiva hippy. Allora le cozze sono hippy.
Nel campo invece, ci sono le lucciole. Anche le lucciole sono maschi e femmine e fanno "canzoni di luce". Al contrario di quel che si possa pensare, il maschio vola e si illumina cercando la femmina che, a ritmo intermittente, gli risponde per terra così lui le si cala verso sperando sia sincera perché, se mente, se lo mangia, o altrimenti nasceranno altre luccioline.
Isabella Ferrari potrebbe continuare per ore a parlare di queste cose. Io mi limito perché gli animali non li ho mai studiati e neanche osservati; mi ricordo solamente che da piccola mi perdevo ad osservare la forza di risollevamento e cooperazione delle formiche dopo averne schiacciato un gruppo -che cattiveria-, così tanto per vedere i corpicini che si ricomponevano pian piano e le compagne che arrivavano a risollevarle, o a risollevare i corpi defunti. E' una cosa di quegli insettini che mi ha sempre colpito.
Isabella Ferrari invece no, doppia figlia d'arte, gli animali sono la sua passione e si è inventata di interpretare la loro sessualità presentandocela; dato che le persone non sono interessate agli animali ma al sesso, allora perché non parlare del sesso degli animali? Beh, geniale come idea ed è geniale anche la sua interpretazione che è proprio un'opera d'arte, la vediamo nei panni di un ragno, di una lucciola, di un lombrico, di un tacchino... e altro ancora. Il suo "Green porno" è presto disponibile nella tv satellitare non so proprio esattamente quando.
Abbiamo sempre avuto la tendenza di guardare la vita sessuale anche delle altre specie animali secondo la nostra ottica di società organizzata, secondo una distinzione duale maschi e femmine derivante dalla filosofia occidentale. Ma in natura le specie animali non si comportano allo stesso modo e anzi esistono animali ermafroditi, o gatti che non sono né uno né l'altro e la mia esperienza di gattara me lo insegna. I nostri corpi sono socialmente costruiti, ci emuliamo, cerchiamo piaceri, ci identifichiamo in modelli ed entriamo in una incorporamento sociale. In natura il modello dicotomico in realtà non esiste e il dato di fatto che esistono gli omosessuali sono la dimostrazione di questo. Il lavoro della Ferrari porta inevitabilmente a questo dibattito o comunque, lei ci interpreta e ci presenta delle cose che magari noi non sappiamo a differenza di chi si occupa dello studio degli insetti e degli animali. Ma allora esistono i generi? Sì, nell'organizzazione della nostra società, ma smettono di esistere nel momento in cui noi la finiamo di interpretarli nella vita di tutti i giorni.

Isabella Ferrari che interpreta la lumaca: http://www.youtube.com/watch?v

mercoledì 3 febbraio 2010

IOSIF BRODSKIJ

Solitamente tengo un quaderno di appunti dei libri che leggo, annotazioni su concetti o anche semplicemente di frasi scritte bene.
Ma con Brodskij non scrivo nessun appunto altrimenti dovrei riscrivere tutto perché non c'è pagina in cui lui non riesca ad emanare una poesia dei sensi soave, descrizioni che profumano di miele, di resina, di ambra e raramente di rosa. Ma qualche volta mi fa ricordare l'odore salino del mare.
Riesce a trasfigurare in senso metafisico temporale l'equipaggiamento di una nave egiziana, il canto del muezzin, Bisanzio e l'acqua delle città insieme alla letteratura russa "Perché l'acqua può parlare soltanto di superfici, e di superfici scoperte". La descrizione degli interni fisici e mentali è stata raccontata dalla letteratura russa.
Brodskij è solo tutto da leggere.

martedì 2 febbraio 2010

BETTINO CRAXI

Che cosa significa ricordare Bettino Craxi.
I suoi due governi si conseguirono dal millenovecentottantatre fino al millenovecentottantasette e sono ricordati come il periodo di rinnovamento della politica e della società italiana. E' vero di cambiamenti ce ne furono molti e sono paragonabili ai mutamenti degli anni '60, ma in che cosa sono consistiti i cambiamenti della politica craxiana? E' importante capirlo perché ora si giunge a una mitizzazione della sua figura ed inizia una costruzione dei miti dell'illegalità nazionale.
Si giudicano le condanne per corruzione, finanziamenti illeciti ai partiti di maxitangenti e bancarotta fraudolenta delle piccolezze in quanto era un fenomeno che coinvolgeva tutti i partiti politici e lui aveva avuto solo la sfortuna di essere scoperto scontando la pena per tutti, un esilio molto agiato. Le sue dichiarazioni durante i processi a "Tangentopoli" lasciavano intendere un intero establishment politico corrotto ad ogni livello della vita pubblica. Si riferiva al processo endemico degli anni ottanta di saccheggi delle risorse pubbliche favorito dalla partitocrazia dei partiti di governo che occupavano tutto lo spazio politico compreso quello delle istituzioni, deboli invece, di autonomia. Quindi le nomine di queste ultime erano politicizzate e assicuravano reti di fedeltà clientelare. L'opposizione ne faceva semplicemente parte [Paul Ginsburg].
Ciò che differenziava Craxi dagli altri erano le sue capacità di carpire i possibili cambiamenti della società italiana e il suo "usare la volpe e il leone", usare l'astuzia e la forza. Capì il potere che avrebbero potuto avere le comunicazioni e lo spettacolo della televisione [Pasolini lo pronosticò ancora nel '62] nel dissuadere le persone ed illuderle sulla realizzazione degli ideali socialisti di partecipazione e giustizia sociale; inoltre, vi era una coniugazione tra la costruzione della propria immagine di leader politico ed imprenditoriale e la promessa di innovazione che lui avrebbe portato senza specificare come. Forse ciò ha contribuito a far sognare un po'.
Un altro merito che si tende a dargli è quello di aver portato il socialismo europeo in Italia, l'innovazione no? Ma le alterità rispetto agli altri partiti socialisti europei che si notavano subito appena arrivati all'aeroporto in Italia, dice Lazare, erano i televisori che riportavano tutti i discorsi di Craxi; in più, fece una coalizione con il partito conservatore della Dc, mentre invece il Parti Socaliste francese la fece con 4 comunisti. Il governo con un partito conservatore significava voler mantenere lo status quo, alla faccia dell'innovazione.
Tutti quei meccanismi crearono un ulteriore scollamento della popolazione civile dalle classi politiche e un conseguente individualismo senza precedenti. Ed è la stessa ragione per cui noi ora urliamo per i nostri diritti e nessuno ci ascolta. E ci troviamo Berlusconi.
Craxi e Berlusconi erano intimi amici milanesi e si erano tenuti le figlie al battesimo. E' chiara la loro stretta collaborazione nella tv commerciale. Vi ricordate la legge "Berlusconi bis"? Era nata per salvare l'emittenza dei canali di Berlusconi che la Corte di Cassazione aveva predestinato come trasmissioni locali. Berlusconi aveva acquistato rete4 che era una tv locale e la mandò in onda in tutta la nazione, così la popolazione si abituò a vedere tutte quelle soap opera americane di rete 4, canale 5, Italia1 e si arrabbiò quando in alcune regioni furono oscurate per decisione dei pretori.
Ma che importava, tanto nell'anno ottanta4 c'era il governo di Bettino che provvide ad emanare il decreto legge "Berlusconi bis" secondo il quale sarebbero dovuti passare altri 5 anni prima di una nuova legge sull'emittenza televisiva. Il risultato fu che b. aveva tutto il tempo per creare una televisione commerciale tutta in mano sua continuando le illusioni delle coscienze. Poi c'è tutto il resto della stampa e delle case editrici...
A Craxi si deve riconoscere una cosa, ed è quella di essere stato un abile stratega per il suo partito ma non per il paese. Oggi l'Italia è l'unico paese a non avere più un partito socialista.
Sono queste le cose che si devono a Craxi. E' questo il significato della corruzione di tutti i partiti uniti a quella volpe obesa. E noi intanto lasciamo i suoi allievi del post-craxismo intitolare con il suo nome le strade e poi magari le scuole. Dopodiché ci saranno le statue di berlusconi nelle piazze.
A questo punto era meglio il milite ignoto.